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Lombardo nomina assessore Marco Venturi.


Fino a ieri noto come imprenditore antimafia, Venturi riceverà quasi certamente la delega all'Industria. Da "piccolo imprenditore" a signore dell'energia in Sicilia.

Ha già ammesso che molti suoi colleghi lo hanno fortemente sconsigliato dall'accettare la proposta di Lombardo ma lui, Marco Venturi fino a ieri presidente siciliano della piccola industria di Confindustria, ha preferito accettare la sfida.

Lombardo non ha ancora assegnato le deleghe, ma visto il curricilum è quasi scontato che a Venturi vada l'Industria e l'energia. Anche perchè Lombardo ha preferito trattenere per sè alcune deleghe come l'agricoltura e la formazione ma, proprio l'industria la assegnerà a qualcuno e Venturi sembra il più adatto.

Noto fino a oggi come brillante imprenditore (titolare della Sidercem di Caltanissetta, che opera nella certificazione di qualità delle grandi opere) Venturi dal 2007 vive sotto scorta: per il suo impegno antipizzo in confindustria ha ricevuto prima lettere minatorie, poi teste di coniglio e strane visite a casa. Adesso avrà a che fare, tra le altre cose, con il comparto industriale dell'energia.

E sono dolori...

Dopo l'esperienza di Pippo Gianni che, da ex sindaco di Priolo conosceva benissimo l'argomento e lo gestiva in maniera molto "spicciola" pensando più ai vantaggi economici delle popolazioni locali che a quelli del martoriato ambiente siciliano, ora Venturi dovrò dare una svolta. Perchè la chiede Lombardo stesso, che per un anno è stato in polemica un giorno sì e pure l'altro con Gianni.

Due rigassificatori, una centrale interregionale di compressione del gas, un elettrodotto sottomarino (o forse due, se va in porto il progetto siculo-tunisino) e una miriade di richieste di autorizzazioni per impianti da fonti rinnovabili sul tavolo.

Queste le sfide che il giovane imprenditore, senza esperienza politica alle spalle, dovrà gestire dal criticatissimo dipartimento palermitano.

Di sicuro saprà dialogare meglio con gli imprenditori che con i politici, a differenza dei suoi predecessori. Aspettiamo di vedere i suoi primi provvedimenti per scoprire come ha intenzione di gestire l'immensa partita dell'energia in Sicilia.

E per capire quanto saprà essere indipendente da Lombardo...

Barroso: l'Ucraina? Problemi di Putin


I debiti per le forniture di gas sono una questione bilaterale tra Russia e Ucraina.
José Manuel Barroso taglia corto, l'Europa non pagherà il debito ucraino per garantirsi le forniture russe.

A tentare di portare la questione su un tavolo multilaterale europeo ci aveva provato Putin in persona, chiamando al telefono Barroso e spiegandogli, molto onestamente, che la Russia vuole i soldi e che l'Ucraina non ce li ha.

Ci aveva pensato anche Berlusconi, annunciando che avrebbe portato la proposta al prossimo vertice Ue in programma tra pochi giorni.

Ma Barroso non ne vuole sentire parlare: troppi soldi (cinque miliardi di dollari) e a bilancio ci sono già i fondi per il progetto Nabucco, totalmente alternativo alla Russia, all'Ucraina e alle loro schermaglie.

Per una volta la massima carica dell'Ue si mostra indipendente e prende una decisione chiara: dalla parte della Russia, ormai da qualche anno, remano Italia e Germania. Cioè i partner dei due mega gasdotti che, nessuno ormai sa quando, porteranno milioni e milioni di metri cubi di gas scavalcando l'Ucraina e i suoi debiti...

A tutto gas, ma chi paga?


berlusconi-putin-gasdotto-ucraina-debito
L'annosa questione dell'Ucraina supera i confini dell'inverno: con sei mesi d'anticipo già si parla nuovamente dei debiti di Naftogaz. E del futuro dell'Europa. Eravamo abituati a considerarla una soap opera tipicamente invernale, ma la vicenda del gas russo in transito dall'Ucraina, ancora una volta, stupisce tutti e fa parlar di se persino inquesto afoso maggio.

La proposta è venuta inizialmente da Gazprom: l'Europa paghi i debiti ucraini e avrà gas in abbondanza e garantito per tutto l'inverno, come i patti prevedono. Tecnicamente, però, Gazprom parlava di un prestito all'Ucraina da parte della Ue. Valore: 5 miliardi di dollari.

Ora si aggiunge la proposta Berlusconi: l'Europa paghi il 50% del debito ucraino, per il bene degli approvvigionamenti. Non è chiaro, però, se Berlusconi si riferisca a un prestito o a un regalo e, poichè la proposta verrà ufficializzata solo al vertice Ue del 18 giugno, qualunque cosa pensi il premier sarà frainteso entro quella data.

Quindi è perfettamente inutile commentare la notizia e chiedersi che fine dovrebbero fare tutti questi soldi. Quello che si può dire sin da subito, però, è che Gazprom ha trovato un modo geniale per "fregare" ancora una volta, l'Unione Europea.

Si sa che Gazprom e Eni stanno progettando due mega gasdotti (South Stream e North Stream) che dovranno collegare Russia e stati europei scavalcando l'Ucraina e, così, mettendo fine alla telenovela invernale. Si sa anche che l'Ue avrebbe un progetto alternativo, il gasdotto Nabucco, che non "pescherebbe" il gas in Russia ma nei paesi ex sovietici dell'Asia centrale.

Si sa, infine, che i soldi non crescono sugli alberi e che se l'Europa da 5 miliardi di dollari all'Ucraina non li avrà mai indietro. E siccome ognuno dei tre gasdotti in questione, alla fine della fiera, costerà mediamente 15 miliardi di dollari, è evidente che se Bruxelles cade nella trappola russa il Nabucco se lo può scordare...

Petrolio: un futuro non convenzionale.

Si è chiuso il Workshop Safe dal titolo:  “Convivere con gli idrocarburi. Come e per quanto? Quale ruolo per il gas naturale?”. Per il centro studi le fonti migliori per il futuro sono petrolio e gas. Ma non come li conosciamo oggi...

Vi starete chiedendo che cosa sia il Safe.


La sigla sta per "sostenibilità ambientale fonti energetiche" e sembra molto rassicurante.


In realtà il centro studi è un think tank legato a doppio filo ai ministeri (Affari esteri, Ambiente e Sviluppo economico) e all'industria dell'energia (Assoelettrica, Assomineraria, Assosolare, Consorzio Obbligatorio degli Oli Usati e Unione Petrolifera).


Ogni anno il Safe organizza un master rinomatissimo nel settore e un workshop a cui partecia tutta l'"energia bene" d'Italia.


I risultati dei lavori di quest'anno non sono ancora disponibili, ma è stato rilasciato un ottimo comunicato stampa che sintetizza perfettamente la posizione del centro studi.


Una posizione, per così dire, molto realista e istituzionale e, di conseguenza, molto poco coraggiosa.

Metano: una mano lava l'altra.



Enel annuncia la vendita dell'80% di Rete Gas. Ma la liberalizzazione non muove un passo...

Fulvio Conti, Ad di Enel, ha promesso che durante la prossima riunione del Cda dell'azienda verrà affrontato il tema della cessione dell'80% di Enel Rete Gas.

Enel Rete Gas, come il nome lascia intentedere, è la controllata che si occupa di distribuire il gas. Per la precisione il metano di città, quello che entra nelle case dei più fortunati tra gli italiani. Per essere ancora più precisi sono serviti circa 1.200 comuni italiani, tramite 31.000 km di tubi attraverso i quali scorre il 12% del metano consumato in italia.

La vendita di Rete Gas, a dire il vero, non è poi una scelta ma un obbligo visto che l'antitrust ha più volte sollecitato la Cassa depositi e prestiti (ente statale che possiede, insieme al Tesoro il 30% di Enel) ad uscire dalla società di distribuzione gas per evidente conflitto di interessi.

Lo stesso conflitto che deriva, sempre per la Cassa, dal partecipare all'azionariato di Eni, Enel, Terna e di tutte le altre big ex(?) statali.

La notizia, quindi, potrebbe essere accolta con un sospiro di sollievo, ma in realtà è meglio non gioire troppo.

Perchè a papparsi l'80% di Rete Gas, molto probabilmente, sarà F2i.

Mai sentita? La sigla sta per Fondi italiani per le infrastrutture e nel capitale possiamo trovare: Cassa depositi e prestiti, Banca Infrastrutture Innovazione e Sviluppo (Gruppo Intesa Sanpaolo), UniCredit, Lehman Brothers e Merrill Lynch (o meglio, quel che ne resta...), Fondazione Cariplo, Fondazione Monte dei Paschi di Siena, Fondazione Cassa di Risparmio di Bologna, di Cuneo, di Forlì, di Padova e Rovigo, e di Torino, Inarcassa e Cassa Previdenza ed Assistenza dei Geometri.

Cioè, in pratica, Stato+Banche+Professionisti delle commesse pubbliche...

Da tutta questa operazione, alla fine, la concorrenza ne guadagnerà?

Letture consigliate: questa e questa.

Rigassificatore Priolo. Salta la conferenza dei servizi.

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Appena quattro rige per rimandare sine die la conferenza dei servizi per il rigassificatore di Priolo. Nessuna spiegazione sul perchè.
Quattro righe, queste:

PALERMO – Su richiesta del sindaco di Priolo, in rappresentanza dei sindaci dell’area e della provincia di Siracusa, la conferenza dei servizi, che oggi doveva procedere all’esame del progetto per la realizzazione di un terminale di rigassificazione nell’area industriale di Priolo, è stata rinviata a data da destinarsi.

E' lo scarno comunicato con cui la Regione Siciliana annuncia che la conferenza dei servizi sul rigassificatore di Priolo è stata annullata in seguito alla richiesta del Sindaco di Priolo Antonello Rizza che doveva partecipare anche in rappresentanza degli altri sindaci della zona interessata all'opera.

Non è chiaro, però, il perchè. Nè si sa se l'iniziativa di rinviare la conferenza dei servizi sia di Rizza o di qualcun altro dei colleghi che avrebbe dovuto rappresentare.

Forse (speriamo) domani daranno qualche spiegazione...

Sealine Tirrenica: arriva la Class Action.

sealine-tirrenica-blog

Lo avevano preannunciato, aspettavano solo la legge. Ora è arrivata...
"Se vorranno farla qui, pagheranno caro. E capiranno che gli conviene farla da un'altra parte...".

Era stato chiarissimo l'Arch. Crisafulli: qualunque nuovo impianto nella Valle del Mela dovrà passare sul cadavere della Tat, l'associazione tutela ambiente e territorio.

Puntuale come un orologio, allora, arriva l'avviso di Class Action contro Snam Rete Gas. Cioè l'Eni.

L'azione giudiziaria collettiva è resa possibile dal neo-quasi-nato Ddl Sviluppo, che la permette ma ne vieta la retroattività. In altre parole, per essere brevi, i cittadini della Valle del  Mela non potranno chiedere il conto dei danni subiti prima dell'entrata in vigore della legge.

Che, tra l'altro, ancora non è neanche entrata visto che manca l'ultimo passaggio (passeggiata?) alla Camera dei Deputati.

In ongi caso, cavilli a parte, la Class Action proposta dalla Tat è contro la Sealine, che ancora deve essere costruita, quindi rientrerebbe nella norma, qualora non venisse ulteriorimente diluita...

Contro l'Eni, in bocca al lupo ai "quattro amici al bar".

P.S. tutti i dettagli li trovate qui.

Energia: il Ddl col tetto che scotta...

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Intrigo a Palazzo Madama.: sul sito web del Senato viene pubblicato il Ddl Sviluppo, carico di novità per il settore energia. Contiene anche la proroga dei tetti antitrust per l'Eni. Ma il testo era sbagliato...

Ancora non sono riuscito a capire, tra un emendamento e l'altro, cosa è finito realmente nel Ddl Sviluppo e cosa, di conseguenza, passerà alla Camera per l'approvazione definitiva.

E non ci sono riuscito perchè è tutta la mattinata che cerco sul sito del Senato sto benedetto disegno di legge, ma senza fortuna.

Poi mi leggo un po' di stampa di settore e capisco tutto: è stato tolto dal sito perchè era sbagliato!

In pratica si erano scordati di togliere dall'articolo 34 il prolungamento al 2015 dei tetti antitrust sulla distribuzione del gas che, attualmente, impediscono all'Eni di salire oltre il 61% della quantità totale di gas distribuito in Italia.

Il rinnovo dei tetti, in realtà, era stato depennato dal testo e la sua ricomparsa è stato, appunto, un clamoroso errore che ha richiesto subito la correzione.

Il problema è: e ora? i tetti restano? vanno via? ne arriveranno altri?

Prendendo per buono il testo corretto del Ddl, ammettendo che sopravviva alla Camera senza modifiche, e partendo dal presupposto che ridurre il peso di Eni è cosa buona e giusta, la risposta è: bù?

Non è che la risposta non la so o non c'è. E' che non c'è ancora...

I maligni dicono che l'Eni voglia perdere tempo, fare scadere i termini dei famosi tetti e poi ripapparsi il mercato.

Certo, considerando che i tetti scadono nel 2010 e siamo quasi a metà 2009, come si suol dire, a pensar male ci si potrebbe anche azzeccare...

Il problema, però, è sempre lo stesso perchè la nostra classe politica dovrebbe tirar fuori gli attributi e decidersi una volta per tutte a rispondere a una domanda semplicissima: in Italia l'energia è una risorsa strategica o è un bene economico come tutti gli altri che si scambia sul mercato?

Ecodem Sicilia: no al nucleare, al più presto i decreti attuativi delPears.

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Gli ecodem siciliani si sono riuniti sabato scorso a Castellammare del Golfo (Tp) per parlare di metanizzazione dei comuni e, più in generale, di energia.
Per farlo il presidente regionale Bellassai ha scelto due signori ospiti: il Prof. Celidonio Dispenza e il Prof. Giorgio Beccali, rispettivamente Responsabile Scientifico e Coordinatore del Gruppo di Studio che ha redatto il Pears, il nuovo piano energetico siciliano.

Meglio di loro due, che lo hanno scritto, il Pears non lo conosce proprio nessuno. Anche per questo non ho potuto fare a meno di fare a entrambi alcune domande e, nei prossimi giorni, metterò online una gustosissima intervista doppia.

Oggi, però, è bene fare il punto della posizione ecodem.

In sintesi: secco no al nucleare, apertura ai rigassificatori (che, a detta di Bellassai, hanno un impatto ambientale trascurabile) e alla riconversione delle centrali termoelettriche da olio combustibile a ciclo combinato turbogas. Per quanto riguarda i termovalorizzatori dei rifiuti, invece, la posizione espressa da Bellassai non è chiarissima. Ma non per colpa sua...

Gli ecodem, in pratica, aspettano di vedere le carte. Il problema dei rifiuti esiste e non si registra una chiusura completa verso la possibilità di costruire uno o più impianti di termovalorizzazione.

Ma bisogna vedere come e che tipo di impianto, garantendo, insomma, l'uso di tecnologie mature e passando comunque da una robusta dose di raccolta differenziata.

Ma è sulle rinnovabili che il discorso si è fatto interessante: a detta di Bellassai, infatti, il Pears è fatto bene e prevede il giusto sviluppo delle fonti alternative agli idrocarburi. Buono anche il limite all'eolico nelle zone di pregio archeologico o paesaggistico.

Meno buono, invece, il tempo già passato e che ancora passerà prima di vedere il piano messo in pratica, grazie ai decreti attuativi dell'assessorato regionale all'Industria.

In altre parole: per il momento, per gran parte dei temi più caldi, la posizione del Pd in fatto di energia e ambiente non è poi molto distante da quella del governo regionale.

Ne prendiamo atto in attesa, anche noi, di vedere i decreti dell'assessore Pippo Gianni.

Berlusconi, Putin, Schröder, i gasdotti. Dove stiamo andando? Tutta laverità...



Berlusconi è volato in Russia dall'amico Putin. Con lui anche l'Ad di Eni Scaroni. Sul tavolo il futuro dell'energia in Europa...

I gasdotti sono una mia vecchia passione, me li studio ormai da qualche anno. Specialmente da quando, finito uno stage al Cnr, ho iniziato a scrivere per Pagine di Difesa.

Oggi Berlusconi è in Russia, dall'amico Putin, proprio per parlare di gasdotti. Uno in particolare: il South Stream. Si tratta del "braccio sud" della tenaglia energetica che la Russia, ormai da qualche anno, ha intenzione di realizzare per cingere la ricca Europa in un abbraccio energetico molto poco affettuoso.

Ricapitolare tutta la storia del South Stream è complesso e richiederebbe troppo tempo. Mi permetto, e spero mi perdonerete, di riproporvi un pezzo vecchio (ma non troppo) che scrissi un anno e mezzo fa per Pagine di Difesa.

In linea di massima è tutto ancora a quel punto, a parte qualche accordo nei balcani.

Prima di lasciarvi al South stream, però, vi voglio ricordare velocemente che l'Europa sogna un gasdotto diverso: il Nabucco, studiato proprio per scappare dalla Russia. I dettagli sul Nabucco li trovate a questo link, purtroppo un po' vecchiotto...

Per il South Stream, invece, continuate a leggere.

La rete dei gasdotti europei, davanti e dietro le quinte
Pagine di Difesa, Giuseppe Croce, 22 gennaio 2008


Sofia, 18 gennaio 2008: accordo tra la Bulgaria e il colosso del gas russo Gazprom sul passaggio della pipeline South Stream dal territorio Bulgaro. I dettagli dell’accordo prevedono una comproprietà paritaria al 50% tra Russia e Bulgaria sul tratto bulgaro del gasdotto e un aumento della quantità di gas disponibile per i bulgari dai 17 miliardi di metri cubi attuali ai futuri 30 miliardi.

Con quest’accordo, strappato da Putin in persona nel corso della sua visita ufficiale a Sofia, si delinea maggiormente la strategia di Gazprom per le future forniture di gas all’Europa centro meridionale. Il progetto South Stream, infatti, prevede un tragitto di circa 900 km con partenza da Beregovaya (città russa sulla costa del Mar Nero) e arrivo in Italia. Un progetto, come molti dei piani di Gazprom, faraonico e dai risvolti tecnici estremamente impegnativi considerando che i tubi saranno posati sul fondo del Mar Nero a profondità che raggiungono i duemila metri.

La cosa assai interessante dell’accordo è che la rotta del gasdotto non è stata ancora definita e vi sono due opzioni percorribili: la prima, quella sud, prevede il passaggio da Grecia e Albania con arrivo a Otranto tramite il gasdotto Igi; la seconda, la rotta nord, prefigura un passaggio da Romania (o, in alternativa, Serbia), Ungheria, Austria e arrivo in nord Italia (probabilmente Tarvisio). In entrambi i casi, comunque, la Bulgaria si rivela punto di passaggio obbligatorio, cosa che rende l’accordo del 18 gennaio fondamentale per dare inizio agli studi di fattibilità. Il gasdotto, qualunque sia il suo percorso finale, verrà realizzato dalla joint venture paritetica di diritto svizzero Eni-Gazprom Ag formalizzata appena 24 ore prima dell’accordo bulgaro. Nel progetto, quindi, l’Eni parteciperà da protagonista tramite l’ormai consolidato e riconosciuto know how di Saipem.

Se gli aspetti industriali del progetto sono estremamente interessanti (si parla di almeno dieci miliardi di euro di investimento per una rotta quasi completamente nuova), gli aspetti geopolitici dell’affare lo sono ancora di più. Il South Stream, infatti, non sarà solo: ad esso verranno affiancati il Nord Stream (ancora da costruire), il Blue Stream (già inaugurato) e il progettato raddoppio della Yamal-Europe pipeline.

Si va delineando, quindi, una mappa densissima di collegamenti tra Russia ed Europa che, già a guardarla, tradisce due obbiettivi di fondo evidenti: il primo è scavalcare totalmente l’Ucraina, ormai considerata un paese ex amico dai russi; il secondo è diversificare le possibilità di entrata in Europa per il gas russo, offrendo contemporaneamente un valido motivo per fare affari con Mosca e un altrettanto valido motivo per non farne con i Paesi produttori dell’Asia centrale.

Del South Stream abbiamo già parlato. Per quanto riguarda il Nord Stream ricordiamo che si tratta di un mega gasdotto dedicato al Nord Europa, Germania in particolare (primo mercato estero per Gazprom e con prospettive di sviluppo notevolissime in seguito alla decisione da parte di Berlino di rinunciare al nucleare civile per la produzione di energia elettrica), ma anche ai Paesi Baltici e Gran Bretagna che avranno delle bretelle sottomarine dedicate.

I dati parlano di due tubature (prima ne verrà costruita una, da raddoppiare in un secondo tempo) da 1.220 mm di diametro per una portata annua di 27,5 milioni di metri cubi di gas (per la sola prima tubatura, 55 milioni ad opera ultimata). Tra il tratto onshore russo e quello offshore sul fondo del Baltico verranno stesi quasi duemila km di tubi.

Il Nord Stream, però, ultimamente soffre di qualche problema: è ormai un dato assodato che i costi, inizialmente calcolati in cinque miliardi di euro, lieviteranno notevolmente. Ciò allontana di qualche anno l’entrata in funzione dell’infrastruttura perché costringe le società partecipanti al progetto (le tedesche Basf e E.On e Gazprom) a rivedere tutta la struttura finanziaria dell’opera.

I tedeschi, però, sono dei clienti importantissimi per Mosca e farseli scappare sarebbe un vero e proprio suicidio economico. Ragionevolissima, per questo, la domanda posta da un giornalista bulgaro all’amministratore delegato di Gazprom Alexei Miller durante la conferenza stampa di presentazione dell’accordo russo-bulgaro: il giornalista ha chiesto se era nei piani di Gazprom un raccordo tra il Nord Stream e il South Stream.

Miller ha risposto che i due progetti sono attualmente separati ma la rete europea già esistente di gasdotti rende tecnicamente possibili interscambi tra diversi Stati consumatori.

Qualora la rotta del South Stream dovesse terminare in Austria, è probabile quindi che venga fatto un allacciamento con la Germania come compensazione per i ritardi subiti dall’altro gasdotto.

Non bisogna dimenticare, tra l’altro, che l’ex premier tedesco Gerhard Schröder è stato scelto per guidare (e sorvegliare) la “Nordeuropäische Gas Pipeline Gesellschaft”, che altro non è che la società che realizzerà il gasdotto, e ciò la dice lunga su quanto i tedeschi vogliano (e cercheranno in tutti i modi possibili di averla) l’infrastruttura in questione.

Per quanto riguarda il Blue Stream, invece, ne abbiamo già parlato su queste pagine (Vds. Trasformare l’Italia nello snodo energetico dell’Europa) e va solo ricordato che si tratta di un gasdotto di dimensioni e portata inferiori (sebbene di tutto rispetto) agli altri due progetti.

Si tratta di un gasdotto prettamente sud europeo destinato all’Italia con cui, in buona sostanza, Gazprom ha messo alla prova le capacità tecniche di Eni e Saipem. Il progetto è andato in porto e ora le due società italiana e russa vanno sempre più a braccetto.

Con la Yamal-europe pipeline, invece, si torna al centro-nord Europa: dalla Russia percorre quasi 4.200 km attraverso Bielorussia e Polonia per arrivare in Germania. A differenza del Nord Stream, quindi, non è un gasdotto dedicato espressamente al mercato tedesco e nord europeo e le forniture vanno divise con i Paesi di passaggio.

Nello specifico la pipeline già esiste e funziona da anni ma è in corso il raddoppio. Dicevamo che i futuri gasdotti targati Gazprom (e per, per la parte tecnica, Eni) mirano a scavalcare l’Ucraina e a far pressione sui Paesi produttori di gas dell’Asia centrale. Vediamo come.

L’Ucraina, un tempo tratto fondamentale del ‘Gasdotto della fratellanza’ sovietico, come tutti ricorderanno si è ‘macchiata’ del peccato di aver creato problemi alle forniture russe all’Europa occidentale sifonando indebitamente e ripetutamente il gas diretto a ovest.

Un’onta da lavare immediatamente per Gazprom che della sicurezza nelle forniture ha fatto la sua bandiera e la base di ogni trattativa con gli europei. Ad oggi l’Ucraina ha un’arma con cui ricattare la Russia: bloccare le due tubature che portano il gas russo in Europa.

Il giorno in cui i nuovi mega gasdotti entreranno in funzione l’Ucraina sentirà la campana a morto e dovrà ridimensionare notevolmente il suo atteggiamento di parziale sfida nei confronti di Gazprom.

Per quanto riguarda gli altri Paesi produttori, quelli dell’area caucasica e caspica, la situazione è più complessa.

Si tratta, assai spesso, di Stati ex sovietici che a più di 15 anni dalla caduta dell’Urss non hanno ancora deciso da che parte stare. La proposta russa è chiarissima: Gazprom compra a prezzo contenuto il loro gas e lo veicola sui propri gasdotti.

Una soluzione che riduce drasticamente i ricavi per i produttori ma, allo stesso tempo, mette a disposizione la possibilità di vendere gas senza spendere un centesimo in gasdotti e, trattandosi di infrastrutture russe, offre una ragionevole soglia di sicurezza e di protezione da ritorsioni geopolitiche e attacchi terroristici.

Attaccare interessi russi è una cosa, attaccare interessi Kazaki o Turkmeni è ben altro.

La scelta è resa assai difficile dal fatto che gli Stati Uniti, sin dal crollo dell’Urss, si sono dati a una politica del tutto simile nell’area in questione e offrono più o meno le stesse cose dei russi. Accontentare entrambi, ovviamente, è impossibile mentre fare da soli è fruttuoso ma rischioso.

Un esempio lampante di questa situazione lo offre il mega giacimento kazako di Kashagan che, in teoria, è una miniera d’oro ma, in pratica, si sta rivelando un vero e proprio tormento per tutti gli attori coinvolti nello sfruttamento. Eni in primis.

La storia industriale post sovietica di Kashagan inizia nel 1993 quando Eni, British Gas, British Petroleum, Mobil, Shell e Total formano il consorzio di esplorazione insieme al governo kazako. A fare le perforazioni ci pensa Shell e trova la gallina dalle uova d’oro.

I lavori, però, vanno a rilento a causa di problemi tecnici che rendono difficile l’esplorazione, motivo per cui nel 2001 la leadership del consorzio passa ad Eni.

Nel frattempo i costi dell’operazione lievitano enormemente e il ministero delle Risorse energetiche di Astana si comincia a innervosire perché ha fretta di mettere in produzione il giacimento (i kazaki, in pratica, campano di solo export energetico) e comincia a mettere i bastoni tra le ruote al consorzio adducendo motivi ambientali per ottenere, in realtà, una partecipazione (e ricavi correlati) maggiore nel consorzio stesso.

Dopo infiniti botta e risposta tra Astana e San Donato Milanese la situazione si sblocca solo il 14 gennaio di quest’anno con una pesante rinegoziazione dell’accordo del ’93: secondo i nuovi patti il governo kazako raddoppia la propria quota nel consorzio (e pagherà circa 1.8 miliardi di dollari per farlo) ma ottiene un rimborso per il tempo perduto pari a quasi cinque miliardi.

Come se ciò non bastasse a partire dal 2011 l’Eni perderà la leadership del consorzio condividendola con Exon-Mobil, Shell e Total. Tutto ciò pur di mettere in produzione il giacimento; per trasportare il gas ci vorranno altri accordi.

Il gas kazako, infatti, dovrebbe viaggiare verso l’Europa tramite il gasdotto Nabucco, attraversando Turchia e Balcani. Se non fosse che tale gasdotto è un progetto sponsorizzato dalla Ue che, come già ricordato da varie firme su queste pagine, ha negli ultimi anni una politica energetica distante da quella dei suoi Stati membri.

E, se non si fa il Nabucco (alternativo ai gasdotti russi), proprio dai gasdotti russi il gas di Kashagan dovrà passare. Poco importa che gli Stati Uniti si siano dichiarati interessati a un programma energetico europeo alternativo ai singoli programmi dei singoli Stati nazionali (con l’Europa gli Usa, tramite Nato, sono ben abituati a ‘trattare’): se l’Ue non si dà una mossa, e in tempi brevi, l’unica prospettiva credibile per garantire la sicurezza energetica sarà quella di affidarsi (in toto e definitivamente) ai vari Stream di Gazprom.
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Se, invece, volete sapere esattamente da dove dovrebbe provenire il gas del gasdotto concorrente, il Nabucco, troverete moltissime informazioni utili qui.

Sealine Tirrenica. Cos'è e perchè.

sealine-tirrenica-blog

Cos'è, e perchè è stata progettata, la nuova autostrada del gas siciliana.

Registro, dalle email che ricevo, particolare interesse sulla cosiddetta "Sealine Tirrenica", cioè la nuova condotta di esportazione verso il continente del gas entrante in Sicilia dai due gasdotti internazionali con terminale a Mazara del Vallo (circa il 30% del gas circolante in Italia) e da Gela (un altro 13% circa).

Credo sia il caso di fare un po' il punto sulla rete gassifera siciliana, gestita da Snam rete gas (gruppo Eni).

Snam Rete Gas sta già predisponendo la posa di un ulteriore tubo sul fondo dello Stretto di Messina (attualmente sono due). Ma non solo, recentemente da Palermo è arrivato anche lo sta bene per un progetto molto più interessante, cioè proprio la Sealine Tirrenica.  Si tratta di un collegamento nuovo di zecca tra la Sicilia e la Campania con punto d'uscita del gas a Monforte San Giorgio e punto di entrata in Campania a Policastro Bussentino, in provincia di Salerno.


A Monforte verrà istallata una stazione di compressione del gas della potenza di circa 50 Mw, che servirà a spingere il gas da sud a nord. In pratica brucerà parte del gas che trasporta per aumentare la pressione della rete gas, permettendo in questo modo di aggiungere un canale di uscita in direzione nord. Va specificato che la combustione del gas naturale non produce gas inquinanti (niente zolfo, diossina o robe del genere) ma solo CO2, che è un gas climalterante.
Tuttavia, vista la presenza nella stessa area di un tessuto industriale densissimo e altamente inquinante, i residenti della zona si chiedono cosa abbiano fatto per meritare tanta fortuna...

La Sealine Tirrenica, in realtà, servirà a veicolare la gran quantità di gas naturale in entrata dai due rigassificatori in progetto a Porto Empedocle e nel siracusano.

Da notare, tra l'altro, la valutazione strategica sui rigassificatori in Sicilia fatta da Eni (proprietaria di Snam Rete Gas) già diversi anni fa: un rigassificatore nell'isola è assurdo, perché troppo lontano dalle zone di consumo del prodotto importato.  Aggiungo, per completezza, che anche volendo Eni un rigassificatore in Sicilia non lo avrebbe neppure potuto costruire perchè ha già l'Antitrust sul collo, essendo contemporaneamente titolare dei contratti internazionali di importazione del gas e della rete di distribuzione del gas stesso...

Ma siccome i rigassificatori, nel frattempo, sono diventati due anche senza l'intervento dell'Eni, ecco pronta la Sealine per veicolare (previo pagamento del pedaggio) il gas che Enel (Porto Empedocle) e Erg-Shell (Priolo) tra qualche anno faranno entrare in Sicilia.

Questo il quadro generale della situazione, ad uso e consumo dei cittadini messinesi, agrigentini, siracusani e del resto dell'isola.

Per chi ama i documenti tecnici, infine, ecco il piano di sviluppo della rete Snam per tutta l'Italia e lo studio di impatto ambientale della Sealine (2 mega, portate pazienza).

Per chi preferisce guardare un video a leggere scartoffie, meglio qui.

Cartoline da Milazzo



Una breve carrelata di immagini. Utili a chi vive lontano da una raffineria per vedere come avrebbe potuto essere la sua vita se fosse nato in un altro posto. Magari più a sud.

Nel primo video, una carrellata di immagini della città di Milazzo, dove sorge una raffineria e una centrale a olio combustibile.


Nel secondo video, invece, si vede la zona dove Snam rete gas progetta di realizzare la centrale di ricompressione del gas di Monforte.

Europarlamento. Arrivano i soldi per l'energia.



Stanziati quasi 4 miliardi di euro per gasdotti, elettrodotti, rigassificatori e tecnologie verdi. Confermato il ruolo di porta d'ingresso per il sud Italia. Briciole per le rinnovabili.

Il parlamento europeo ha approvato il maxiemendamento sul finanziamento dei progetti di potenziamento delle infrastrutture energetiche in tutto il continente.

Approvati gli stanziamenti per il gasdotto Galsi (Algeria-Sardegna-Toscana, 120 milioni) e per l'Itgi-Poseidon (Grecia-Italia, 100 milioni) e gli elettrodotti Sicilia-Calabria (ben 110 milioni) e Sicilia-Malta (20 milioni di euro).

L'Europa, in pratica, si vuole costruire una nuova spina dorsale energetica per avere la garanzia di non restare più a secco di energia.

Una curiosità: approvato persino il finanziamento al Nabucco, il gasdotto dei sogni dell'Europa che dovrebbe portare gas dagli ex satelliti sovietici senza passare dalla Russia.

Fa riflettere il cumulo dei finanziamenti per le rinnovabili: appena 565 milioni, tutti in eolico off shore. Per la cattura della CO2 si spenderà il doppio, segno che l'Europa non ha intenzione di ridurre i propri consumi.

Alla faccia di Kyoto...

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