Disinformazione eolica

Si continua a criticare il sistema di incentivi all’eolico. Ma si dimentica che tale sistema non è nato per l’eolico…

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Ho appena letto un articolo su un sito web in cui si fa il punto sugli incentivi alla produzione di energia da fonte eolica. Parlo dei mitici incentivi Cip6.


L’articolo vorrebbe essere una riflessione di giornalismo economico, da una parte, e una denuncia alla spropositata incentivazione all’eolico dall’altra.
Vorrebbe, insomma, darci molte informazioni per farci una corretta e completa idea su questa fonte energetica.
In realtà è la solita disinformazione.


O meglio: è la solita informazione parziale in cui si racconta molto, ma non tutto. E casualmente proprio quello che non si racconta è quello che conta.
Andiamo con ordine, il pezzo incriminato è questo:

Quando si parla di eolico e incentivi in sede di comparazione internazionale di solito ci si riferisce ai Certificati Verdi che sono di gran lunga la forma di incentivazione più utilizzata e di solito anche l’unica. Da noi invece le cose funzionano diversamente: i Certificati Verdi valgono più che altrove e ad essi si aggiungono molte altre agevolazioni che fanno dell’Italia la terra promessa per gli industriali del vento nonostante il nostro Paese non sia particolarmente vocato per la produzione di energia eolica. La corsa a chiedere autorizzazioni per impiantare pale alte un centinaio di metri è in realtà una banale corsa agli incentivi e alle agevolazioni che fa ricchi pochi a discapito della collettività.

Vediamo quali sono le sette fonti d’oro che attirano speculatori e multinazionali da ogni dove.

(1) Innazitutto i Certificati Verdi: ogni 50 MWh di energia eolica prodotta dà luogo a un certificato liberamente negoziabile sul mercato. La compravendita di certificati verdi è garantita dal Gse, il Gestore dei servizi elettrici che acquista a un prezzo predeterminato, ma più spesso i certificati vengono venduti ai produttori di energia da fonti tradizionali che per legge devono produrre una determinata quota di energia anche da fonti rinnovabili o, in alternativa, acquistare i certificati verdi. Il prezzo dei certificati era libero di fluttuare; con l’ultima Finanziaria (2008) il governo ha posto un tetto di 112,88 euro/MWh, ma ha anche prolungato da 12 a 15 anni la durata dell’incentivo. (2) Su richiesta dei produttori, inoltre, il Gse (che è un ente pubblico) può anticipare il pagamento dei certificati verdi a fronte delle stime produttive per l’anno successivo, con conguaglio a fine periodo basato sui dati reali di produzione. Così capita che le stime vengano gonfiate anche del 30% (dati ufficiali Gse relativi al 2006) per ottenere pronta cassa dall’Ente soldi da impiegare o investire come più aggrada ai titolari degli impianti. Soldi pubblici che vengono dalle nostre bollette (componente Cip6) e che, in caso di fallimento di un produttore, sono difficilmente recuperabili. Inoltre, il limite di 15 anni all’incentivo è aggirabile grazie a una legge dalle maniche larghe: (3) basta una ristrutturazione – peraltro necessaria per le parti soggette a usura – per far risultare come “nuovo” l’impianto e far ripartire da zero il contatore degli anni (15+15!).

Potrebbe bastare, ma non basta: quello dei soldi pubblici all’eolico in Italia è un vero e proprio fiume in piena. Così ai Certificati Verdi si aggiunge il (4) “dispacciamento prioritario”: in pratica il GSE è obbligato ad acquistare “sempre e subito” tutta l’elettricità prodotta da eolico, a prescindere dall’effettivo fabbisogno del sistema e dalla possibilità di acquisto di energia a prezzo inferiore – situazione tipicamente riscontrabile di notte con l’energia da nucleare. Meccanismo che obbliga il GSE a retribuire l’impresa eolica per l’energia prodotta, anche quando per ragioni tecniche non è stata immessa in rete. Per i titolari di impianti eolici ciò si traduce in una garanzia sul venduto sino all’ultimo KW prodotto, consentendo di lavorare in un mercato privo di concorrenza; invece per il Gestore di rete ciò rappresenta costi aggiuntivi, scaricati sull’utenza.

Basta così? Nooo. (5) Bisogna considerare che i MWh immessi in rete vengono retribuiti dal Gse a un prezzo prefissato definito di anno in anno (circa 68 €/MWh nel 2007) e che (6) le infrastrutture necessarie al collegamento di un impianto eolico alla rete di distribuzione sono a carico del gestore della rete, cioè Terna, e non del produttore. Ma, direte voi, gli investimenti per realizzare un parco eolico sono consistenti, siamo nell’ordine delle decine di milioni di euro, e di quelli si faranno ben carico gli imprenditori dell’eolico. In effetti sarebbe così se non ci fossero (7) i finanziamenti a fondo perduto e/o a tasso agevolato previsti dalla legge 488/92. ll ministero delle Attività Produttive stila annualmente delle graduatorie ed elargisce i finanziamenti che teoricamente sarebbero finalizzati a stimolare lo sviluppo locale. Negli ultimi anni sono stati concesse diverse centinaia di milioni all’eolico (470 milioni nel solo 2006). Per la parte non a fondo perduto la legge prevedeva un tasso dello 0,5%; ora l’interesse è cresciuto, ma è di gran lunga inferiore ai tassi di mercato. Questi finanziamenti statali riducono notevolmente gli oneri dell’investimento iniziale e abbattono (talvolta dimezzano) i tempi di ammortamento dell’impianto. E dove non arriva lo Stato, arrivano le Regioni, specie al Centro-Nord: nel caso dell’impianto eolico previsto a Monterotondo Marittimo la Regione Toscana ha elargito oltre 3 milioni di contributo a fondo perduto. La sommatoria di tutti questi incentivi e agevolazioni rende conveniente impiantare pale eoliche a prescindere dalla loro effettiva produttività e la conclusione potete tirarla da soli.

Sennuccio del Bene

Comitato GEO – Ambiente e Territorio – Monterotondo Marittimo

Fonte: http://www.cronache.org/?p=1082&cpage=1#comment-61 corsivo e grassetti sono miei, li ho messi per miglior lettura.

Questo articolo, in pratica, descrive buona parte del meccanismo degli incentivi Cip6.

Incentivi nati nel ‘92 per favorire lo sviluppo delle fonti rinnovabili e, nel corso degli anni, dirottato su altre fonti, che di rinnovabili nulla hanno.

Il cuore dei Cip6 sono le definizioni: “rinnovabili” da una parte, “assimilate alle rinnovabili” dall’altra.
Per “assimilate” si intende una corposa categoria di fonti energetiche che rinnovabili non sono ma che come tali vengono considerate.

Un esempio è l’impianto Isab Energy di Priolo che produce elettricità bruciando gas sintetico derivante da complessi processi chimici che ripuliscono il “tar”, cioè uno dei peggiori scarti del petrolio.

Si prende il tar, lo si mette in un gassificatore, si fanno precipitare i metalli pesanti (che vengono impastati in una sorta di “cake” e venduti in Germania), si toglie lo zolfo (con cui si fanno mille altri prodotti, dal fiammifero ai prodotti fitosanitari) e quel che resta è proprio il Syngas, il gas sintetico, che viene poi asciugato dall’acqua e bruciato in una normalissima centrale termoelettrica a ciclo combinato gas-vapore.

Il titolare della Isab Energy (Erg) ci guadagna abbondantemente: (1) si toglie un rifiuto pericoloso dai piedi, prodotto di scarto della propria raffineria situata a due passi, il cui smaltimento sarebbe costosissimo, (2) si vende i metalli pesanti e gli altri sottoprodotti del tar, (3) risparmia l’acquisto del gas per fare andare una centrale termoelettrica da 750 MW, (4) guadagna dalla vendita dell’energia elettrica prodotta e, infine (5) dal 2000 al 2008 ha ottenuto otto anni di incentivi Cip6.

Bene, quando parliamo di Cip6, io credo che sia molto più corretto dare queste informazioni e non solo quelle sull’eolico.

Attenzione, chiariamo, l’Isab Energy è un gioiellino di tecnologia, nel mondo ce ne sono pochissimi, e dal punto di vista ambientale ha anche il suo senso perchè trasforma un rifiuto pericolosissimo per la salute in una risorsa.

Persino Legambiente ha dato il suo placet all’impianto e, anzi, ne vorrebbe altri in giro per la Sicilia e l’Italia. Prima di tutto a Gela, dove se la passano malissimo con la raffineria.



Ma, a detta della stessa Legambiente, questo tipo di impianti non ha alcun bisogno dei Cip6: è già molto redditizio di suo, perchè non usare quei fondi per altri scopi e per altre fonti?

Risposta: perchè poi li usi per le rinnovabili vere e ti spuntano articoli di critica come quelli di cui sopra…

E, allora, andiamoli a contare sti Cip6. Andiamo a vedere come vengono spesi, per quali fonti, se per le rinnovabili o per le assimilate.

Vi faccio vedere i dati, si trovano sul sito dell’Autorità per l’energia e mi sono limitato a fare una stampa della schermata:

I numeri parlano da soli: nel 2007 su 46.462 GWh (un GW equivale a 1.000 MW) incentivati con i fondi Cip6 solo 8.194 sono di vere rinnovabili (come l’eolico) e ben 38.268 sono di assimilate (scarti del petrolio, termovalorizzatori…).

Ora, non mi venite a dire che con questi numeri ci sia tutta questa urgenza di fare una guerra contro l’eolico perchè, sinceramente, vi rido in faccia.

La cosa, però, che mi fa più arrabbiare, è che a fare ste battaglie siano giornalisti ed esperti del settore che i dati a disposizione ce li hanno. D’altronde sono pubblici, li mettono su internet.

Non credo, perchè non voglio e non posso farlo, che chi scrive di eolico e Cip6 quella tabella non la conosca. Al contrario: la conosce benissimo, ma ha qualche interesse a non citarla.

Chiusura drammatica: la situazione riportata nella tabella è tanto radicata nel sistema energetico italiano (guardate i dati: iniziano dal 2001 ma potremmo scendere con gli stessi risultati fino al 1993) che persino chi di mestiere fa riciclo e riutilizzo del legno preferisce mandare ciò che raccoglie al termovalorizzatore.



Volete sapere perchè?

Per i Cip6, ovviamente…


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