Il futuro dell’energia in Sardegna

Con il nuovo elettrodotto Terna la Sardegna sarà meno isolata dal continente. Per il bene dei sardi? No, dell’industria…

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Apprendo dal sito Rinnovabili.it che Terna è in procinto di inaugurare il cavo sottomarino tra la Sardegna ed il continente.

O forse lo ha già fatto, non si capisce bene…

La confusione deriva da un comunicato stampa dell’Anev scritto molto male:

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EOLICO E RETE: TERNA ALLA PRESENZA DELLE MASSIME AUTORITA' DI GOVERNO, INAUGURA L'ELETTRODOTTO CON LA SARDEGNA


Martedì, 10 Novembre 2009 - 17:17

L'INAUGURAZIONE DEL CAVO DI INTERCONNESSIONE TRA IL CONTINENTE E LA SARDEGNA E' UN IMPORTANTE EVENTO CHE PERMETTERA' DI MIGLIORARE LA RETE DI TRASMISSIONE NAZIONALE, RENDERE PIU' EFFICIENTE IL SISTEMA E RIDURRE I COSTI DELL'ENERGIA ELETTRICA. INOLTRE L'INTERCONNESSIONE ELIMINERA' LE CRITICITA' DI DISPACCIAMENTO DELL'ENERGIA ELETTRICA DA FONTE EOLICA SULL'ISOLA, GARANTENDO UNA PRODUZIONE PIU' PULITA. L'ANEV PLAUDE ALLA NUOVA STAGIONE DI INTERVENTI INFRASTRUTTURALI CHE IL GOVERNO E TERNA STANNO AVVIANDO PER RISOLVERE IL NODO RETI CHE AFFLIGGE IL SETTORE ELETTRICO ITALIANO PER TROPPI ANNI RIMASTO FERMO E CHE OGGI DEVE NECESSARIAMENTE VEDERE UN ULTERIORE IMPULSO PER VENIRE INCONTRO AGLI OBIETTIVI NAZIONALI E INTERNAZIONALI IN TEMA DI RINNOVABILI


TERNA inaugura il primo cavo dell'elettrodotto Sa.Pe.I. che collega la Penisola alla Sardegna. Tale importante opera infrastrutturale consentirà di sbottigliare le congestioni di rete dell'area insulare sarda, grazie ad una interconnessione funzionale all'esportazione e all'importazione di energia elettrica su base commerciale, aumentando l'offerta e la concorrenzialità delle forniture a beneficio dell'intero sistema elettrico nazionale. In questo contesto anche il settore eolico potrà beneficiare delle positive ripercussioni che la rete avrà e che consentiranno una minor criticità di operatività della rete locale.
 
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Questo il comunicato stampa, l'ho solo accorciato.

Come potete leggere da soli, tra presenti e futuri (i grassetti sono ovviamente miei) si capisce ben poco.
Partiamo dalla domanda: perchè l’Anev, il giorno dopo l’arresto del suo presidente, tira fuori un comunicato di gaudio per un elettrodotto?

Perchè la Sardegna, per l’eolico, è regione ghiottissima: buon vento, buoni crinali, grandi spazi liberi: il potenziale eolico della Sardegna è veramente ottimo, potrebbe realmente dare una mano al resto dell’Italia.
Certo, ogni tanto in Sardegna le pale eoliche si incastrano sotto i ponti della SS131, ma è colpa della strada, non delle pale…

Il problema, con l’eolico, sono sempre i cavi, anche se il segretario dell’Anev, Simone Togni, più di una volta ha tentato di smentire questo problema.



Le pale, infatti, se girano producono molta elettricità in breve tempo e causano un picco di tensione notevole. Se non c’è una rete elettrica robusta sono guai e, per evitare che salti tutta la rete, si impone la fermata degli impianti eolici.

Serve, inoltre, una via d’uscita per l’energia nel caso sia troppa.

Ecco, allora, che viene in aiuto il cavo Sapei e l’Anev è contenta.

Ma poco importa, perchè non sto scrivendo questo post per fare la festa al Sapei, il mega cavo dei record lungo 420 km e poggiato a 1600 metri sul fondo del mare.

No, non mi interessano i dettagli tecnici.

Mi interessa fare un poco di salsa sul perchè e sul per come.

A che serve sto cavo? A molte cose. Tutte molto interessanti.

Partiamo dall’esistente: oggi la Sardegna è una regione “energeticamete inutile” per il resto del mondo. Non si offendano i sardi, intendo semplicemente dire che la loro regione è completamente scollegata dal resto del paese: niente elettrodotti (ce n’è solo uno piccolino con la Corsica) niente gasdotti, niente di niente.

La Sardegna, oltre a non avere un solo km di autostrade, non ha neanche un metro cubo di gas. Nel vero senso della parola: non ci sono giacimenti locali, quindi niente metano in Sardegna.

Ma non per molto…

Sta arrivando il Galsi, un gasdotto che userà la Sardegna come ponte tra nord Africa e Italia.

Facciamo uno più uno: l’isola è stata per millenni totalmente isolata, di qui a poco sarà inondata di gas africano e potrà importare e, soprattutto, esportare energia elettrica nel resto dell’Italia.

Un bel cambiamento, mica roba da poco…

Oggi la Sardegna va avanti a carbone, locale, e gasolio, importato via nave o prodotto nelle raffinerie locali, dove ogni tanto, come in ogni raffineria che si rispetti, succede qualche incidente.

Le centrali elettriche sono tutte alimentate con questi due combustibili. Alla faccia di Kyoto e dell’ecologia.
Ma i limiti geografici non si superano da un momento all’altro, bisogna pure capirlo.

Effettivamente le cose per i sardi cambieranno: col nuovo gasdotto verranno riempiti di centrali a ciclo combinato turbogas-vapore, produrranno un sacco di energia elettrica e la potranno esportare in Italia attraverso il cavo sottomarino di cui sopra.

Questo se tutto va bene, perchè se va come dicono le male lingue i sardi staranno anche peggio.

L’elettricità da trasportare con il cavo mica deve essere per forza fatta con il gas. Qualcuno ha messo insieme un po’ di indizi e, malalingua, è convintissimo che si farà con l’uranio. Centrali nucleari.

Speculazioni?
Può essere, assolutamente sì.


Ma anche assolutamente no perchè non appena il cavo entrerà realmente in funzione al 100%, oltre a ridurre drasticamente i black out in Sardegna porterà anche la possibilità di esportare energia elettrica. Qualunque sia la fonte dalla quale questa energia verrà prodotta.

E la Sardegna, se proprio dobbiamo dirla tutta, è sempre stata considerata tecnicamente idonea all’istallazione di una centrale nucleare: acqua a volontà, scarsa sismicità, pochi abitanti e tanto spazio libero intorno alla centrale in caso qualcosa vada storto.

Mancava solo il cavo, a breve ci sarà.

La accendiamo?

Eolico: il re è nudo

Oreste Vigorito, il re italiano dell’energia eolica, è finito in carcere. Per una presunta truffa milionaria che non ha nulla a che vedere con l’energia.
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Vi ricordate la mitica 488?
La legge 488/92, quella che conta più truffe in Italia che tentativi di imitazione all’estero…

Ebbene, l’ennesima truffa ai danni dello Stato e in violazione a questa legge originariamente pensata per promuovere lo sviluppo delle aree svantaggiate/sottosviluppate, l’avrebbe messa in piedi Oreste Vigorito.
O almeno così pensa la Guardia di Finanza di Avellino, che l’ha appena arrestato.
Non sapete chi è Oreste Vigorito? Si tratta del patron della squadra di pallone di Benevento ma anche, e soprattutto, del più potente industriale italiano dell’eolico. Il “re” dell’eolico, come è stato definito.
Tanto re e sovrano che è anche il presidente dell’Anev, l’Associazione nazionale energia dal vento, che raggruppa tutti i maggiori protagonisti italiani del settore eolico.
La sua società, Italian Vento Power Corporation (Ivpc), ha parchi eolici in mezza Italia, specialmente al sud dove il vento soffia e… le leggi aiutano.
Sta proprio qui il problema, sempre secondo le fiamme gialle.
In pratica Vigorito avrebbe fatto un po’ di giri di carte per facilitarsi la vita con i requisiti della 488. Vediamo cosa dice la Finanza:
"Il meccanismo di frode vedeva le diverse societa', tutte facenti capo ai medesimi soggetti o comunque gestite in maniera coordinata, attestare formalmente da una parte la titolarita' dei terreni su cui si sarebbero dovuti realizzare i parchi eolici e dall'altra le disponibilita' finanziarie da destinare al progetto. La titolarita' dei terreni, all'atto della richiesta di contributo, era certificata da false attestazioni mentre, per quanto riguarda l'aspetto finanziario, il tutto avveniva attraverso un complicato meccanismo in base al quale il 'gruppo' cercava di mostrare una maggiore capienza di fondi della societa' che in quel momento stava chiedendo il contributo mediante fittizie assegnazioni di capitali provenienti dall'estero (in massima parte dal Regno Unito) che, in realta', corrispondevano all'importo del contributo gia' ottenuto da un'altra impresa, trasferito non appena erogato".
Ma di quanti soldi parliamo?
Tanti, tantissimi, perchè l’eolico costa. E si ripaga presto, in circa 3-4 anni. Quindi se riesci a fare il furbo sin dall’inizio son gran soldi che entrano.
Per la precisione la 488 prevede, per gli imprenditori di Basilicata, Campania, Puglia, Sicilia e Sardegna, un contributo a fondo perduto pari al 31,06% dell’investimento e un finanziamento agevolatissimo (tra lo 0,5% e il 2%, dipende dai casi) per il 15,53 dell’investimento.
Mica male…
La truffa Vigorito l’avrebbe messa in piedi tramite 12 società, tre in Sicilia e nove in Campania) che si passavano le carte per mostrare una maggiore, ma fittizia, solidità finanziaria e, in questo modo, ottenere più facilmente i contributi pubblici.
In alcuni casi ci sarebbero stati anche dei falsi contratti d’acquisto dei terreni dove dovevano sorgere i parchi eolici.
Ad oleare l’ingranaggio della presunta truffa, un dirigente di banca di Milano che, come legge prevede, avrebbe provveduto a concedere la copertura bancaria alle operazioni.
In totale la Finanza ha bloccato finanziamenti per circa 28 milioni di euro e sequestrato 7 parchi eolici dal valore complessivo di 153.227.516 euro.
Centocinquantatremilioniduecentoventisettemilacinquecentosedici euro. (minchia!)
I parchi sequestrati sono sei in Sicilia (due a Carlentini, Sr, uno a Militello Val di Catania, Ct, uno a Mineo, Ct, uno a Vizzini, Ct, uno a Camporeale, Pa, uno a Partinico, Pa, e uno a Ploaghe, SS).
Totale: 185 pale eoliche, in pratica la metà delle pale che girano in Sicilia.
Pale che, però, continueranno a girare e a produrre energia elettrica: sono state affidate ad un custode giudiziario.
La cosa che mi stupisce, però, è che altri parchi eolici della Ivpc non rientrino in questa indagine.
Primo fra tutti l’ultimo nato, quello di Giarratana in provincia di Ragusa.


Fatto sta che, da tutta questa storia emerge chiaramente una cosa: la truffa, se c’è stata, si basava completamente sui meccanismi della 488. Una legge colabrodo.
Nulla aveva a che fare, invece, con i meccanismi di finanziamento delle energie rinnovabili, i certificati verdi.

Agricoltura ed energia: gioie e dolori

Accise che vanno e vengono, rinnovabili bloccate, polemiche sterili: il difficle rapporto tra agricoltura ed energia in Italia



È giallo sul futuro dell’accisa per il gasolio agricolo destinato al riscaldamento delle serre: di qualche giorno fa una circolare dell’Agenzia delle Dogane che sospendeva, a far data dal 3 novembre, l’esenzione dell’accisa per i serricoltori italiani.


L’agenzia delle dogane, in pratica, metteva in pratica il volere dell'Unione Europea che da sempre ritiene l’esenzione del gasolio per le serre una distorsione del mercato: se esenzione ci deve essere, afferma l’Europa, deve essere per tutto il settore agricolo e non solo per le serre.

Ma se l’esenzione è per tutti, allora è aiuto di Stato. E quindi va abolita.

Su questa traccia il provvedimento dell’Agenzia delle Dogane italiana, che ha gettato nel panico migliaia di imprenditori agricoli, specialmente in Sicilia e Liguria, patria dell’ortofrutta e della florovivaistica in serra.

Nettissima, ovviamente, la critica al provvedimento da parte delle associazioni di categoria dell’agricoltura.
Repentina anche la reazione del Mipaf, il Ministero per le Politiche Agricole e Forestali, che ha diramato una nota in cui precisa che la decisione della commissione europea non si applica alle accise sul gasolio per le serre perché l’articolo che lo disciplina non è tra quelli dichiarati incompatibili con il mercato comune europeo.

Le esenzioni, quindi, rimangono. O almeno così sembra, visto che la confusione è totale.

Ma le cose non vanno bene neanche fuori dalle serre, in altre regioni italiane: la Cia (Confederazione italiana agricoltura) Toscana ha appena lanciato una provocazione alle istituzioni per lanciare un segnale forte riguardo alla difficoltà che riscontrano gli agricoltori per avere le autorizzazioni a istallare gli impianti fotovoltaici.

Tale provocazione ha l'impronunciabile nome di “Fotovoltantenna”.

Diciamolo chiaramente: in tempi di magra, quando non si sa neanche se il prezzo di vendita dei prodotti agricoli coprirà i costi di produzione, un risparmio sulle spese dell'energia o, meglio ancora, un piccolo guadagno integrativo derivante dalla vendita dell'energia stessa, non sarebbe affatto male.

Secondo la Cia Toscana, allora, è “inutile promuovere le energie rinnovabili se poi i vincoli burocratici ostacolano l’ istallazione degli impianti”.


E il problema sta proprio qui: gli agricoltori toscani si farebbero volentieri il pannello vicino al fungo porcino e all'ulivo hàrapelli ma la cosa non è affatto facile.
Molto più facile farsi la parabola per vedere in televisione i politici che tutto fanno nella vita tranne che favorire le rinnovabili.

Come legge nazionale prevede, anche in Toscana per il fotovoltaico vige il limite dei 20 KW massimi per non avere rogne. In pratica se non si sorpassa quella potenza, che già non sarebbe male averla, basta fare la sola Dia, Dichiarazione di inizio attività.

I regolamenti comunali, però, impediscono tutto ciò spalmando limiti e vincoli ovunque.

Il passo verso la fotovoltantenna, una sorta di antenna parabolica rivestita da pannelli fotovoltaici, per gente allegra come i toscani è proprio breve.

Scendiamo a sud, cambiamo associazione di categoria dell'agricoltura e fonte energetica e tutto cambia.

A quanto pare, la Coldiretti di mezza Calabria è in fermento contro l’eolico. La motivazione è la presunta desertificazione dei terreni dovuta alla posa e gestione ventennale delle pale.

Per maggiore precisione, riporto le parole del presidente interprovinciale della Coldiretti di Crotone-Catanzaro e Vibo Valentia Roberto Torchia:
“I dati ci dicono che con riferimento al 31-12-2008 lo sviluppo dell’energia eolica ha già trasformato in deserto un territorio grande quanto in un’autostrada di diecimila chilometri, inibito alla coltivazione e al pascolo per far spazio alle aree di rispetto di 3.640 torri eoliche presenti i Italia“.

Questa è bella! Ma dove sta scritto che le aree che ospitano i parchi eolici sono interdette al pascolo? Questa è nuova…
Interdetto al pascolo e alla coltivazione, al massimo, è lo spazio di sicurezza necessario alla posa e alla gestione del dado di cemento armato che tiene in piedi la torre eolica. Ma tra una torre e l’altra le vacche pascolano beate.



La facessi io la vita che fanno quelle vacche tra le torri, mi accollerei anche il macello alla fine.

A parte il fatto che se il presidente Torchia riuscisse a far crescere anche solo una rapa nel classico terreno adibito all’eolico (crinali collinari e montuosi dove al massimo cresce l’erba spontanea per il pascolo perchè in inverno fa un freddo da pazzi) avrebbe immediatamente risolto il problema della fame nel mondo…

E invece no, si continua con la speculazione mentale-economica di dare contro alle pale.

Mi rifiuto di credere che, se le ho viste io le vacche che lavoro davanti a un computer per buona parte della giornata, non le ha viste il presidente interprovinciale calabrese di Coldiretti che (suppongo e mi auguro) sta in campagna dalla mattina alla sera.

O forse il dirigente calabrese di Coldiretti ai prodotti della terra preferisce quelli del mare?




Priolo: corteo funebre per il rigassificatore

A Priolo continua la battaglia dei comitati contro il rigassificatore Erg-Shell che dovrebbe nascere nel confinante comune di Melilli. E il sindaco di Priolo che fa? Massimizza gli incassi…




Quella del rigassificatore Ionio Gas (50-50 tra Erg e Shell) di Melilli è una vicenda molto strana.


In teoria si tratta del classico rigassificatore, un impianto poco inquinante e poco pericoloso rispetto ad altri mostri come le raffinerie o le obsolete centrali termoelettriche a carbone o olio combustibile.



Nel caso specifico, però, la cosa è abbastanza diversa: si tratta di costruire un rigassificatore da una decina di milioni di metri cubi di gas l’anno a due passi da una collezione di impianti pericolosi.

Nel triangolo industriale Priolo-Melilli-Augusta, un fazzoletto di terra senza un centimetro di campagna in mezzo, ci sono già decine tra raffinerie, centrali elettriche, industrie chimiche.

Tutta roba che, da sola e in mezzo al deserto, deve rendere conto alla direttiva Seveso.

Qui, invece, gli impianti sono tutti vicini vicini, quasi si abbracciano. Anzi, senza quasi visto che il polo petrolchimico è formato da aziende che vanno avanti usando i prodotti, sottoprodotti e gli scarti del processo industriale dell’azienda vicina.

Mettere un rigassificatore tra Priolo, Augusta e Melilli è molto, molto pericoloso.
Il rischio è sicuramente quello dell’effetto domino: è vero, i rigassificatori sono abbastanza sicuri, ma se scoppia l’azienda a fianco… BOOM, tutti in aria.

Per questo motivo, ormai da anni, numerosi comitati anti-rigassificatore stanno tentando di bloccare l’iter dell’impianto che, ancora, è solo sulla carta.

Ultima iniziativa, quella di ieri che ha visto sfilare per le strade di Priolo un corteo funebre per la provincia di Siracusa che, se qualcosa andasse storto col rigassificatore, salterebbe allegramente in aria.






C’è da chiedersi cosa fa il sindaco di Priolo.

E cosa può fare…

Può fare, burocraticamente, poco. Ma non pochissimo.
In realtà il rigassificatore sorgerà nel territorio di Melilli, non di Priolo.
A due passi.

Quindi in conferenza dei servizi ci va il sindaco di Melilli e non quello di Priolo. Per la precisione, stiamo parlando dell’ex assessore regionale al Territorio e Ambiente Pippo Sorbello, Mpa, che prima di essere eletto sindaco a Melilli gridava ai quattro venti che il rigassificatore non si sarebbe mai fatto.






L’aria di Palermo gli avrà fatto cambiare idea…

Il sindaco di Priolo, invece, ha idee geniali: siccome il rigassificatore non si fa a Priolo ma a Melilli, e non lo possiamo bloccare, e siccome lo sappiamo che è pericoloso, allora lo accettiamo ma alziamo il prezzo delle compensazioni ambientali.

Venderemo cara la nostra pelle. Nel vero senso della parola, se la sta vendendo a milioni e milioni di euro…
E’ uno moderno, il sindaco di Priolo. Quello che ho appena scritto lui lo dice su youtube



In realtà, però, il sindaco di Priolo non la dice tutta perchè non è affatto vero che lui non si può sedere alla conferenza dei servizi col collega Sorbello.

Esiste, infatti, una recente sentenza del Tar che da ragione al comune di Vittoria, in provincia di Ragusa, e gli consente di sedersi al tavolo per la questione delle perforazioni della Panther Oil nel territorio di Ragusa.
Parliamo di cose importanti, ma molto meno pericolose di quelle che si vogliono fare nel siracusano.

In pratica siccome proprio dove la Panther vorrebbe fare il pozzo passa la sorgente acquifera di Scianna Caporale, dalla quale Vittoria attinge a piene mani, ne deriva che anche Vittoria è un comune portatore di "interesse sostanziale a partecipare ad una rinnovata procedura di VIA".

Se Vittoria può farlo per non restare a secco, perchè Priolo non può farlo per non saltare in aria?

Milazzo: l'enciclopedia dei veleni

A Milazzo l'associazione Tat torna alla carica.
NOX, SOX, NH£, BTX, CS2, Mercaptani, Metalli pesanti: nella valle dei veleni c'è di tutto.



Tra Milazzo e San Filippo del Mela, in provincia di Messina, passa un tiro di schioppo. Eppure, in così poco spazio, c'è posto per una raffineria e una centrale termoelettrica ad olio combustibile. Cioè petrolio.


Secondo voi la gente del posto è contenta?

No, non molto, e hanno ragione: nell'aria che respirano c'è di tutto, e la maggior parte di quel "tutto" lo comprende solo un chimico.

Il problema, da quelle parti, è che i controlli sono un po' scarsetti, non si sa mai esattamente come stanno le cose. Gli impianti inquinanti hanno la loro bella rete di centraline: se andate di fronte l'ingresso della raffineria di Milazzo trovate un bel display gigante aggiornato in tempo reale con dei numeri che cambiano in continuazione.

Anche se sono sempre gli stessi, tutti i giorni e tutto il giorno. Sia quando la raffineria produce molto, sia quando produce poco.

Per fortuna gli abitanti della zona, nelle ultime settimane, se la passano meglio: la raffineria è in manutenzione ed è mezza spenta. L'altra metà ancora lavora.

Sarà forse la botta d'ossigeno dovuta alla migliorata qualità dell'aria, ma in tempi di mezza raffineria a quelli della Tat, l'Associazione Tutela Ambiente e Territorio, è venuta la buona idea di riprendere carta e penna e farsi sentire.

Con un comunicato, nel quale si preoccupano di fare ciò che, in realtà, altri dovrebbero fare e non certo i cittadini comuni. Non perchè non sia loro diritto, ma perchè sarebbe dovere di qualcun altro...

Che hanno fatto? Hanno spiegato per benino quali impianti si possono trovare in quei pochi chilometri quadrati, quali sostanze emettono ma non (perchè non possono) quante ne emettono.
Perchè il problema è sempre quello: il monitoraggio.

La buona volontà di una associazione può fare molto, moltissimo, ma non i miracoli.
Che poi miracoli non sarebbero, visto che in altre parti d'Italia e del mondo le centraline ci sono e i monitoraggi si fanno....

Per gli amanti della chimica, ecco la piccola enciclopedia dei veleni con un gustoso copia/incolla del comunicato della Tat:

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La Raffineria  di Milazzo e  San Filippo del Mela (Me)  Sicily, è uno stabilimento dove si separa il petrolio greggio, che è una miscela di idrocarburi, soprattutto idrocarburi paraffinici a diverso peso molecolare, nei suoi componenti, e dove questi ultimi vengono trattati per ottenerne altri, che vanno da composti organici leggeri, quali il GPL (miscela di propano e butano con tracce di etano e pentano) a composti pesanti quali asfalti e simili. Le raffinerie in genere hanno un ciclo di lavorazione che può essere classificato in funzione degli impianti presenti e dei prodotti realizzati. Alcuni di essi sono:

  • Hydroskimming: distillazione topping + vacuum, reforming catalitico, desolforazione gasoli. Si realizza una bassa resa in prodotti leggeri e un'alta resa in olio combustibile.
  • Schema a conversione: a differenza delle raffinerie hydroskimming, le frazioni pesanti non vengono vendute come olio combustibile ma convertite termicamente o cataliticamente in frazioni più leggere. Le raffinerie di questo tipo sono più flessibili nel rispondere alle diverse richieste del mercato (stagionalità dei prodotti).
  • Lube: in una raffineria Lube si producono principalmente basi per oli lubrificanti. I grezzi che sono impiegati devono essere a base paraffinica.

Quella di Milazzo e San Filippo del Mela è assimilabile all’Hydroskimming, ove si ha un’alta resa di olio combustibile (circa 1 milione di tonnellate ogni anno).

A tal punto ci si domanda dove va a finire tutto questo olio combustibile ?

Buona parte va direttamente ad alimentare la Centrale termoelettrica Edipower, tale supposizione è confermata dalla locations della Centrale, dall’oleodotto che collega i due stabilimenti, dalla tipologia degli impianti della Centrale stessa.

Se così è allora la strategia industriale è evidente, oltretutto  si capisce come mai ad oggi non è stato possibile impiantare un sistema valido di monitoraggio e diffusione dei dati, per una corretta valutazione del fenomeno che coinvolge l’intera Valle del Mela, è evidente che un buon impianto di monitoraggio avrebbe compromesso il rapporto commerciale.

Nel corso degli anni la Raffineria ha subito una serie di modifiche tecnologiche e impiantistiche, fra le quali si segnalano:

-          Autorizzazione ad elevare la capacità lavorativa a 20.400.000 t/anno di grezzo (1981);

-          Realizzazione impianto produzione zolfo liquido 1 e trattamento acque acide 1 (1984);

-          Realizzazione impianto Merox GPL 1 e isopentano (1987);

-          Realizzazione impianto desolforazione nafta e reforming catalitico (1988);

-          Realizzazione impianto desolforazione 1 (1990);

-          Razionalizzazione centrale termoelettrica (1991);

-          Realizzazione impianto MTBE (1992);

-          Realizzazione impianto Idroisomerizzazione (1995);

-          Realizzazione impianto Merox Kerosene (1993);

-          Realizzazione impianto “unicracker” per la lavorazione dei distillati pesanti, impianto

      di produzione Idrogeno 1, OGA, SWS2 (1994);

-          Realizzazione impianto LC Fining, impianto produzione Idrogeno 2 e impianto recupero zolfo 2, SCOT 1 e 2 (1997);

-          Realizzazione impianto di desolforazione gasoli (2001), Merox GPL2, PSA;

-          Realizzazione impianto di desolforazione benzine da FCC (2005).

Tra questi Il processo merox (mercaptan oxidation), è impiegato per la rimozione dei mercaptani. I mercaptani sono il risultato della sostituzione, nella molecola di un idrocarburo, di un atomo di idrogeno con un gruppo composto da un atomo di zolfo ed uno di idrogeno. La formula generale è R-S-H.

Tali composti hanno un cattivo odore ed essendo di natura acida risultano corrosivi e devono essere estratti per ottemperare alle specifiche commerciali dei prodotti.

Da qui la spiegazione dei miasmi che hanno invaso Milazzo ove molti alunni hanno accusato disturbi, come bruciore agli occhi ed alle vie respiratorie, poi abilmente tutto occultato.

I fumi dei forni di Raffineria derivano dalla combustione di olio combustibile e/o gas combustibile: tale mix di combustibili comporta una diversificazione della qualità e quantità degli inquinanti contenuti nei fumi, in particolare in relazione al contenuto di zolfo. Altre emissioni in atmosfera comprendono H2S, NH3, BTX, CS2, Mercaptani e Metalli (principalmente Nickel e Vanadio) presenti nel particolato.

Per quanto concerne le emissioni di Gas Serra (CO2), la Raffineria è autorizzata e partecipa al sistema di Trading delle Emissioni vigente in ambito Comunitario.

A questo proposito va quindi rilevato che, dai dati forniti dal Gestore in sede A.I.A., relativi alle emissioni totali reali e previste nella configurazione alla massima capacità produttiva, si ha un sostanziale non rispetto della condizione sopra ricordata al consuntivo 2006 per gli NOx e alla massima capacità produttiva per gli NOx e per le polveri. Rispetto agli altri limiti alle emissioni autorizzati per l’intero complesso produttivo e per singole unità di processo con decreti regionali non è possibile effettuare una confronto puntuale tra il dato reale e alla massima capacità produttiva e quello autorizzato mancando il dettaglio dell’andamento delle emissioni orarie e mensili.

In sintesi e conclusione, l’impianto è da considerarsi fortemente impattante in relazione alle emissioni in aria a causa:

·          del non rispetto dei limiti totali di emissione previsti nella prescrizioni contenute nel Decreto VIA del MATTM (prot. n°4906 del 24/5/2000), per gli NOx e le polveri totali;

·          del non rispetto della condizione specifica CA<< SQA per gli SOx, per quasi tutte le centraline considerate nella zona in esame;

·          della situazione attuale dell’area dell’impianto, già fortemente critica in relazione al rispetto degli SQA per gli ossidi di Zolfo.

Ma sulla Raffineria gravano numerosi Rischi ed i principali sono :

-RISCHI CONNESSI ALLA VARIAZIONE DEI MARGINI DI RAFFINAZIONE

-RISCHI CONNESSI ALL’ADOZIONE DEGLI INTERNATIONAL ACCOUNTING STANDARDS (IAS) /

-RISCHI CONNESSI ALLA NORMATIVA IN MATERIA AMBIENTALE

-RISCHI CONNESSI ALLA DISCIPLINA IN MATERIA DI EMISSION TRADING

-RISCHI CONNESSI AL MANCATO RINNOVO DEI CONTRATTI DI CONVENZIONAMENTO

-RISCHI CONNESSI ALL’INTEGRAZIONE INDUSTRIALE

-RISCHI CONNESSI ALL’OFFERTA GLOBALE

La complessità di tali Rischi certamente limita l’interesse del Gestore verso una politica di ambientalizzazione, riversando sul territorio forti criticità. In sintesi l’interesse industriale del Gestore, aggravato da complesse problematiche connesse ai Rischi di cui si sono indicati quelli principali, ma nello scenario è più ampio, diventa consistente l’ipotesi della:

“GRAVE INCOMPATIBILITA’ DELLA STRUTTURA NELL’ATTUALE  TERRITORIO”.

Milazzo lì  6 Novembre 2009                                         



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